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Butler, Judith. Il «vero sesso» di Semenya. Il Manifesto. December 9, 2009.

Judith Butler - Il «vero sesso» di Semenya

In base a quali criteri si decide l'ammissione di un/una atleta a una gara maschile o femminile? Non sempre sesso e genere coincidono, e né l'uno né l'altro sono dati oggettivi. Stabilire il «vero sesso» di una persona può diventare una buffonata sensazionalistica che non ne rispetta la vulnerabilità

Mi ha fatto piacere leggere sulla stampa dei giorni scorsi che si sarebbe deciso di separare la questione di che sesso sia veramente Caster Semenya dalle questioni se possa tenere la sua medaglia e se possa competere nelle gare sportive femminili. Mi sembrava che la tendenza a pubblicare i risultati dei test per la determinazione del sesso fosse sempre stata sensazionalistica e intrusiva, e che non cogliesse gli importanti aspetti qui in ballo.

Se confermata, la decisione della Federazione internazionale di atletica (Iaaf) sarebbe un primo passo nella direzione di rendere omaggio alla complessità e alla vulnerabilità della persona, ma anche di affermare come il genere sia legato a modalità culturali e familiari di appartenenza e riconoscimento. A dire il vero, mi chiedo perché ci sentiamo in dovere di determinare esattamente il sesso, dato che esso può essere ambiguo (lo è per almeno il 10% della popolazione, e per una percentuale molto maggiore se consideriamo i «fattori psicologici»), e i criteri che usiamo per «determinarlo» sono chiaramente mutevoli e non sempre coerenti tra loro (cromosomici, ormonali, anatomici, per nominarne alcuni). L'accordo negoziato con Semenya non sarebbe basato su «fatti» relativi al sesso ma sul consenso raggiunto dalle varie parti su come procedere. Plaudiamo a questa distinzione.

Dopo tutto, la questione se si dovesse consentire a Semenya di conservare la sua medaglia o di partecipare all'atletica femminile è diversa dalla questione di quale sia realmente il suo sesso - e tale deve restare. Dato che così tante persone non corrispondono a criteri che individuino il sesso di appartenenza in modo univoco, dobbiamo trovare altri modi per risolvere la questione di chi può gareggiare in quale categoria. Non è una decisione facile, ma è importante tenere a mente che possiamo adottare determinati criteri per consentire alle persone di gareggiare in una particolare categoria di genere senza per questo decidere se la persona «è» inequivocabilmente in quella categoria oppure no. Se il criterio adottato si basa, ad esempio, sui livelli ormonali, e si decide che non si possono eccedere determinati livelli di testosterone per gareggiare nelle discipline sportive femminili, allora l'atleta potrebbe comunque essere una «donna» in senso culturale e sociale e - a dire il vero - anche in senso biologico per alcuni versi, ma in base a quei criteri non avrebbe i requisiti per gareggiare. Per contro, un «uomo» in senso culturale potrebbe, in base a quegli stessi criteri, non avere i requisiti per gareggiare nelle discipline sportive maschili, ma avere i requisiti per gareggiare in quelle femminili - perché dovrebbe essere un problema? In entrambi i casi, non avremmo la necessità di stabilire prima il sesso per decidere chi può gareggiare in una particolare categoria di genere. Non sto dicendo che il criterio debba essere questo, sto solo facendo un esempio per mostrare come i criteri di ammissione alla gara non debbano essere uguali a quelli utilizzati per prendere decisioni ultimative rispetto al sesso, e queste possono certamente essere distinte dalle questioni di genere, che sono più ampie e tendono a sovrapporsi. Analogamente, la possibilità per Semenya di conservare il titolo è una questione separata rispetto alle risultanze scientifiche: sarebbe questa la saggia distinzione codificata nell'accordo tra il ministero dello sport e i rappresentanti di Semenya in questo procedimento.

È importante ricordare perché nel 1999 fu scartato il test sul sesso per le competizioni sportive a livello mondiale: continuava a produrre «errori» e non c'era accordo sui risultati. Ricordiamoci anche che i risultati di questi test vanno sempre interpretati, ed è qui che le norme sul genere incorniciano e pervadono i risultati scientifici (su questo argomento si veda l'eccellente lavoro di Helen Longino).

Confesso di aver trovato divertenti e interessanti due dichiarazioni contenute in un articolo del New York Times del 20 novembre. La prima è del ministro dello sport sudafricano: «Caster Semenya può decidere di correre come donna, quello che lei è». Se lei può decidere, allora sembrerebbe che il suo genere sia, in certa misura, materia di decisione. Ma se lei «è» una donna, sembrerebbe non trattarsi di una decisione. La dichiarazione contiene due criteri diversi per la determinazione del sesso, e tradisce anche una certa confusione tra la determinazione del sesso e l'identità di genere. La seconda affermazione è: «non è chiaro quale sia la soglia esatta, agli occhi dell'Iaaf, affinché ad una atleta sia precluso gareggiare come donna». Verrebbe da pensare che se l'atleta è femmina, può gareggiare come donna, ma evidentemente il N.Y.T. sta tracciando una certa distinzione tra sesso e genere. In effetti la Federazione procede all'indietro, cercando di stabilire se l'atleta è «femmina» oppure no. E tuttavia, se consideriamo che a questo atto di «determinazione del sesso» doveva arrivare in modo collaborativo una commissione composta da «un ginecologo, un endocrinologo, uno psicologo e un esperto di genere» (perché non hanno chiamato me!?), allora l'assunto è che nella determinazione del sesso rientrino anche fattori culturali e psicologici, e che nessuno di questi «esperti» avrebbe potuto produrre un risultato definitivo da solo/da sola (presumendo che il genere binario tenga). Questa impresa cooperativa mostra anche che la determinazione del sesso è decisa dal consenso e per contro, laddove non c'è consenso, non c'è determinazione del sesso. Ciò non significa forse presupporre che il sesso sia una negoziazione sociale di qualche tipo? E in questo caso non stiamo assistendo di fatto a un massiccio sforzo per negoziare socialmente il sesso di Semenya, con i media ammessi tra le parti deliberanti?

L'intero dibattito cancella inoltre la condizione dell'intersessualità. Potremmo anche dire che lo sport mondiale riposa su una certa negazione dell'intersessualità come dimensione persistente della morfologia, della genetica e dell'endocrinologia umana. Che cosa succederebbe se l'Iaaf o qualunque altra organizzazione sportiva internazionale decidessero di darsi delle regole sulle modalità di partecipazione delle persone intersessuali alle competizioni sportive? Se si rifiutassero di adottare tale politica, allora potremmo dire che avrebbero escluso preventivamente le persone intersessuali dalla possibilità di gareggiare, facendo della determinazione del sesso un prerequisito per poter partecipare alle gare. Questo non solo sarebbe manifestamente discriminatorio, ma renderebbe l'ideale del dimorfismo sessuale un prerequisito per la partecipazione. Così, piuttosto che cercare di scoprire di che sesso «è» veramente Semenya o qualunque altra persona, perché non pensiamo piuttosto a dei criteri di ammissione alle gare nelle categorie di genere che siano egualitari e inclusivi? Solo allora potremmo finalmente smetterla con le buffonate sensazionalistiche da caccia alle streghe per accertare il «vero sesso» di chicchessia, e aprire gli sport alla complessità della specie cui apparteniamo, la specie degli animali umani.

(Dal London Review Blog per gentile concessione dell'autrice. Traduzione Marina Impallomeni).