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Giorgio Agamben - Nei Campi Dei Senza Nome

Giorgio Agamben and Beppe Caccia. "Nei Campi Dei Senza Nome." Il Manifesto. Lavoro e migranti. November 3, 1998.

Non piu' cittadini, ma solo nuda vita. un'intervista al filosofo Giorgio Agamben sui "Centri di Permanenza Temporanea"

"Le zone di attesa per gli immigrati sono spazi d'eccezione dove sono sospesi i diritti legati alla cittadinanza"

A bbiamo incontrato Giorgio Agamben dopo aver visto, a Trieste, che cosa siano queste realtà che con un eufemismo vengono definite "Centri di permanenza temporanea". Lo scenario del Centro di Trieste è paradigmatico: è collocato all'interno del Porto Vecchio, in una zona franca, area extra-doganale, peraltro semi abbandonata. Lì sono reclusi all'interno di un ulteriore recinto di filo spinato, barriere, cancelli, in condizioni inaccettabili anche dal punto di vista materiale, più di trenta immigrati sorpresi senza permesso di soggiorno. Il numero di per sé è piccolo, ci sono altri centri simili in quelle zone dove maggiore è l'afflusso dei cosiddetti clandestini.

Ti ho cercato perché ritengo che soltanto le categorie che hai scavato a fondo in "Homo Sacer" (Einaudi) e "Quel che resta di Auschwitz" (Bollati Boringhieri) ci permettano di capire che cosa sta succedendo nello "spazio di eccezione" costituito da questi centri.

Non mi interessa una questione di nomi, ma quale sia la struttura giuridica di questi luoghi. I nomi non hanno nessuna importanza: anche l'istituto che regolava i lager nazisti era un istituto dello stato di eccezione che si chiamava Schutzhaft, ovvero "custodia protettiva". Bisogna piuttosto chiedersi se esistono dei "Campi" oggi in Europa. Al di là del problema, pure importantissimo, delle condizioni materiali. Questi luoghi sono stati pensati come "spazi di eccezione" fin dall'inizio. Sono zone pensate come zone d'eccezione in senso tecnico, come zone di sospensione della legge, così come zone di sospensione assoluta della legge erano i campi di concentramento , in cui - come dice Hannah Arendt - "tutto era possibile" perché appunto la legge era sospesa.

Tu hai insistito sul carattere nient'affatto marginale ma fondante di quella "cerimonia di spoliazione della cittadinanza" che veniva compiuta prima dell'internamento nel campo. Nel passaggio dallo status di cittadino del Mali o del Marocco o dell'Albania o della Turchia a quello di "espulso" ho l'impressione che ritroviamo i tratti di questa macabra cerimonia....

E' come se si trattasse di segnare una serie di cesure che definiscono la progressiva spoliazione dello statuto giuridico di un soggetto, come nel caso degli ebrei nella Germania nazista. Le leggi di Norimberga cominciarono col creare dei cittadini di seconda classe, di "origine non ariana" poi c'era un'ulteriore cesura che distingueva tra Vollpuden e Mischlmge, poi un'ulteriore cesura che li trasformava in "internati". Esaminando l'articolo 14 del "Testo unico", mi colpiva il fatto che le persone trattenute sono quelle già state oggetto di un provvedimento di espulsione, ma per le quali non è stato possibile eseguire il provvedimento. Se i soggetti sono già stati espulsi, sono per così dire inesistenti sul territorio dello Stato dal punto di vista giuridico, la situazione di eccezione che qui si crea è che le persone detenute in questi centri non hanno alcuno statuto giuridico assegnato. E' come se la loro esistenza fisica fosse stata separata dal loro statuto giuridico.

Tieni conto di un altro elemento effettuale: è gente priva di documenti, gente che - per garantirsi rispetto ad un eventuale reingresso in Italia - dà false generalità, dichiara addirittura una falsa nazionalità di provenienza. Anche questo fa sì che dinnanzi a questo apparato disciplinare si presenti una nuda vita priva dell'aura di cittadino....

Non è un caso che non si parli mai, nel testo della Legge, di "cittadino straniero". Si ricorre sempre a formule vaghe, tipo "la persona trattenuta". Già in partenza si tratta di persone la cui identificazione sulla base del criterio di nazionalità-cittadinanza non può funzionare. Ed è come tali che vengono ulteriormente, attraverso l'espulsione, spogliate di ogni statuto giuridico e trattenute in questi luoghi. E' da questo punto di vista che credo di poter dire, anche misurando i termini, che si tratta di veri e propri "campi". Se il "campo" è luogo in cui, in quanto spazio d'eccezione, non dimorano dei soggetti giuridici ma delle nude esistenze, in questo caso abbiamo un "campo", perché nei trenta giorni in cui queste persone trattenute si trovano nei "Centri" vi sono in quanto nude vite, prive di ogni statuto giuridico. Questa mi pare la cosa grave, non si dovrebbero mai creare luoghi di questo tipo.

Con l'apertura di questi centri stiamo assistendo ad un salto di qualità nelle politiche migratorie e della cittadinanza dei paesi dell'Unione europea. Fino adesso avevamo assistito ad una politica, anch'essa condannabile, che creava, per cerchi concentrici, statuti differenziali di cittadinanza. Qui invece c'è la piena affermazione dell'esclusione della cittadinanza.

Dovremmo anche chiederci chi è l'espulso, se è vero che non è più il cittadino straniero ma qualcosa di completamente scisso dal concetto di cittadinanza. Chi è lo "straniero senza nome", perché non è neppure nominato dalla legge, chi è la persona che per trenta giorni vive in uno spazio di vuoto giuridico totale? Bisognerebbe a questo punto vederlo come figura, cifra del problema ultimo della cittadinanza.

Per usare le tue parole, ella o egli è "nuda vita di fronte al potere sovrano". Ma con quali conseguenze, anche per noi che riteniamo di essere "al sicuro", protetti dalla nostra condizione di cittadini titolari di diritti? A partire dalla radicalità di questa condizione possiamo riuscire a pensare ed agire altrimenti?

Dobbiamo pensare due cose. Da una parte c'è la privazione di ogni statuto giuridico che pone il problema della loro tutela, della difesa. Dall'altra è anche vero che proprio queste figure estreme mettono a nudo ciò che sta dietro la figura del cittadino: per questo potrebbero diventare il nucleo di una riflessione volta a pensare in un altro modo, a superare questi concetti di cittadinanza e nazionalità. Certo in ogni caso, non è pensabile che possano essere creati dei luoghi di questo genere. La creazione, oggi in Europa, di luoghi di questo tipo non può che far pensare alla persistenza dei campi di concentramento, sparsi su tutto il territorio europeo. Non si dovrebbero mai creare dei luoghi in cui la nuda vita è come tale tenuta, seppure per trenta giorni, reclusa.

Gli "espulsi" sono lì ma sono già altrove, non si trovano sul suolo dello Stato italiano, non sono all'interno dei confini nazionali dell'Italia, ma sono su quel confine, formalmente espulsi in attesa che si verifichino le condizioni pratiche del loro allontanamento.

Si vede bene la difficoltà per trovare un nome per le persone che vivono in questi centri. La figura dell'"espulso trattenuto" è ancora più paradossale dell'"internato" nei campi nazisti: quelli erano privati di tutto, non più cittadini, quasi non-uomini, non più nulla e quindi uccidibili. Questi invece sono degli espulsi, non ci sono però sono trattenuti. Sono ancora più interessanti se ne facciamo una figura logica.

Probabilmente perché nel nostro tempo la struttura giuridica del "campo" deve confrontarsi più con la mobilità che con la stanzialità. E' sulle singolarità in movimento che deve intervenire. Il potere non deve confrontarsi con il problema dello sterminio, quanto con quello del controllo dei flussi. E' potere sovrano in quanto regolatore dei flussi, non in quanto esercizio del diritto di vita e di morte su esistenze stanziali.

Queste singolarità in movimento sono trattenute per trenta giorni, arrestate quel tanto che basta a farle apparire come nuda vita. Non si tratta semplicemente di regolamento dei flussi. Ci sarà sempre, in questo regolamento, l'istanza in cui la struttura deve apparire per quella che è. Il momento del blocco disvela la struttura: io potere sto regolando la nuda vita e quindi il flusso biopolitico fondamentale. E' curioso come in questo intervento del potere nella regolazione dei flussi l'esistenza di questi "Centri" faccia apparire l'essenza biopolitica del controllo di questi flussi.

L'altra faccia, opposta a quella mostruosa che abbiamo analizzato, è quella per cui chi scappa, chi fugge, chi emigra ed immigra in realtà, deterritorializzandosi, mette in discussione questa struttura giuridica della cittadinanza ...

... e lo fa un quanto nuda vita. La biopolitica ha un volto sinistro, mostruosa ed un'altra faccia che è la sua verità. Questi "Centri" potrebbero anche rovesciarsi in una specie di enclave che registra la crisi della cittadinanza.

O meglio il conflitto che rompe l'esclusione, l'esclusività di questo spazio, può determinare questo rovesciamento. Infatti queste persone hanno potuto riprendere la parola, raccontando gli episodi di ordinario arbitrio che subiscono, grazie ad un evento che ha a che fare col conflitto: il fatto che le "tute bianche", dei cittadini di questo paese esponendo al rischio i propri corpi, facendo diventare i loro corpi degli "scudi umani", abbiano rotto quella barriera che delimitava il carattere di eccezionalità di questi luoghi, la loro separatezza dalle nostre città. Nel conflitto, nella rottura di questo confinamento risiede la possibilità per questi soggetti di tornare a parlare.....

Dicevi che la loro parola ci può dire qualcosa di importante. Non si tratta solo della tutela giuridica. Una volta che esistenze di questo tipo siano state create, il fatto che ritrovino la parola, che possano parlare è comunque importante.

Interrogano radicalmente anche noi. Quando dico noi intendo dire bianchi, occidentali, cittadini dell'Unione europea titolari di diritti. Essi interrogano radicalmente il nostro statuto...

Perché lo mettono in questione, ci ricordano il rapporto tra nuda vita, esistenza biologica e lo statuto di cittadino, mettono in questione il rapporto tra uomo e il cittadino, lo espongono a nudo di nuovo, ne mettono a nudo lo scollamento.

Che cosa hanno detto, che cosa hanno raccontato?

Ci hanno raccontato cose che non avevano detto ad una precedente visita di pubblici amministratori e politici locali accompagnati dalla polizia. Una delle cose più agghiaccianti non sono stati i segni delle percosse subite che questi "espulsi trattenuti" mostravano sui volti, quanto l'intervento di un medico della Polizia di Stato che spiegava "che bisogno c'è dell'intervento di una struttura ospedaliera esterna, ci pensiamo noi..."

Proprio come il medico del Campo.